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Dharana, dhyana, samadhi

28
maggio
2012

Stabilità di pienezza, sentirsi uno con quello che si sta facendo, presenza interiore e silenzio mentale

"Dharana, dhyana e samadhi sono tre stadi intimamente legati che Patanjali definisce con un unico termine: Samyama, perché i loro effetti non possono venire menzionati separatamente, essi fanno parte del processo meditativo che ci permette di avere accesso a una intelligenza più vasta e profonda per una conoscenza penetrativa della realtà, diversa da quella che ci possono offrire i nostri sensi e le nostre percezioni normali."

Dharana costituisce il primo risultato del pratyahara, la “ritrazione”: l’essere umano dopo aver ritirato i sensi internamente, si concentra su un solo oggetto imparando una prima forma di unità. Il termine dharana deriva dalla radice dhr, che significa “tenere”, “tenere insieme”, “sostenere”. L’idea è quella di legare tutti gli elementi intorno a un solo punto centrale, ossia concentrare le energie coscienti  su un punto fisso. Gli antichi saggi avevano  sperimentato in questo sforzo cosciente un’immensa potenzialità, non solo per giungere a modificare stati di coscienza, ma anche per risvegliare stati di pace, di gioia, di contentezza e di amore. Essi avevano scoperto che uno sforzo fisico e psichico, effettuato volontariamente, può far nascere dei doni spirituali. E’ questo il mistero della meditazione.
L’assenza di perturbazioni provocate dai sensi, che si impara con pratyahara rende interiormente più centrati, più disponibili e permette alla mente di concentrarsi. Dharana è tradotto abitualmente come concentrazione volontaria attiva su un oggetto, così infatti la definisce Patanjali:  “L’attenzione è la localizzazione della mente” (Y.S.1,III°).
La mente ha acquisito la capacità di mantenersi in un territorio circoscritto, privilegiato, con un livello molto alto di presenza, essere con ciò che siamo, con quello che stiamo facendo, non più soggetti alla fluttuazione mentale, non c’è più dispersione, c’è come una stabilità di pienezza, sentirsi uno con quello che si sta facendo, non c’è più il problema della distrazione o non distrazione, non c'è bisogna lottare per fare silenzio. Perché ciò si realizzi è estremamente importante aver curato al massimo una condizione di presenza interiore e di silenzio mentale in asana e pranayama.  
In dharana l’intera coscienza è libera da tutto il movimento del passato, è purificata, stabile, focalizzata nello spazio interiore ed esteriore, avvolta dal vuoto e dalla pace, se questo stato viene mantenuto, allora la mente si sente unificata con il vuoto, con il silenzio, si sperimenta la meditazione: dhyana.
Il commentatore di Patanjali, Vyasa, enumera i differenti luoghi, (desha) sui quali la mente può concentrarsi: l’ombelico, il loto del cuore, la luce nella testa, la punta del naso, la punta della lingua e alcuni altri dello stesso genere.
Quindi dharana, come atto volontario di concentrazione, comprende molto varianti, infatti oltre a fissare la propria attenzione su un oggetto esterno si può fissare su un punto interno del nostro corpo, come avviene durante le asana o il pranayama.


Tecniche per dharana
Gli yogi posteriori a Patanjali hanno indicato una serie di metodi per arrivare a uno stato di intensa concentrazione; gli esercizi preparatori di fissazione dello sguardo su un oggetto per sottrarre la mente dalla distrazione, chiamati trataka, sono molto utili per ottenere buone visualizzazioni. Per “visualizzazione” si deve intendere la facoltà di produrre nello spazio mentale un’immagine quasi fotografica e non il semplice mantenimento di un’idea sulla cosa o vaga immaginazione.
La concentrazione su supporti interni si pratica di preferenza nell’oscurità e fa ricorso alla visualizzazione e all’udito: i più noti sono i punti luminosi, centri sottili, ruote turbinanti, suono interiore, luminosità nella testa ecc. La concentrazione sul suono interno, nada, è ampiamente descritta nello Hathayoga-pradipika, mentre la fissazione sulla luminosità della testa viene menzionata negli Yoga sutra sotto il nome di taraka (Y.S.32-33, III°). Le concentrazioni sui centri sottili (chakra) o sulle linee di circolazione delle energie (nadi) appartengono al Kundalini yoga di tradizione tantrica. 
La concentrazione detta “esterna” è adatta a tutti, si pratica su oggetti lontani ed esterni: disco solare al tramonto o all’alba, luna piena, albero, roccia, montagna ecc.
La concentrazione “intermedia” si ottiene tramite la persistenza visiva di un’immagine. Si tratta di fissare senza battere le palpebre  e fino a che sgorghino le lacrime un punto, un’immagine, uno yantra ecc. collocato davanti a una distanza conveniente e poi chiudere gli occhi lasciando permanere l’immagine residua il più a lungo possibile. Si procede quindi come per la concentrazione interna.
Alcuni insegnanti suggeriscono di visualizzare qualcosa che ci è gradito, può essere un simbolo, un aspetto della natura in cui ci identifichiamo, uno yantra, un mandala che fa emergere dimensioni e potenzialità non conosciute, non manifeste.
A questi esercizi si può aggiungere il controllo metodico del passaggio tra lo stato di veglia e quello di sonno, imparare a cogliere il vuoto che esiste nel passaggio. Questo addestramento ci porta progressivamente a cogliere gli intervalli che spesso passano inosservati: tra due periodi, di una sequenza, tra due pensieri, tra due respiri, tra due atti minimi o due sensazioni fuggevoli vi è sempre una pausa, un silenzio, un vuoto, un centro, là brilla la coscienza indifferenziata.
Quello che è importante per Patanjali non è la tecnica o l’oggetto di concentrazione che si sceglie, ma il poter entrare in uno stato meditativo; l’oggetto scelto, infatti, non deve né ferire, né produrre agitazione e malessere. Comunque, qualunque esso sia, si tratta sempre“di un viaggio verso l’interno”, di un tempo di unione all’oggetto e di un ritorno all’esterno. Abbiamo visto che la concentrazione si può fare su tantissimi punti, ciò che è essenziale è la sua qualità, l’intensità dell’esserci, perché il cuore della meditazione sta nel comprendere che tutte le tecniche sono solo dei mezzi per raggiungere una certa condizione che possiamo chiamare silenzio, centratura, visione profonda.
tratto da AltraSalute

Posizioni di Yoga

27
maggio
2012

Le categorie delle posizioni yoga

Le posizioni di yoga si possono classificare in diverse categorie in base al tipo di lavoro che si fa nell'asana. Ogni gruppo di posizioni ha caratteristiche e benefici particolari.

Posizioni in piedi

Le posizioni in piedi aiutano a creare un corretto allineamento, migliorarano l'equilibrio, creano leggerezza nel corpo e agilità nella mente. Rafforzano la muscolatura delle gambe e delle braccia e diminuiscono la rigidità di gambe, fianchi e spalle. Questa categoria di posture allevia i dolori alla schiena e alle spalla. Sviluppano inoltre molta energia, sono tonificanti, sia per gli organi addominali che per tutta la spina dorsale. Aiutano a creare stabilità nei piedi, rafforzano le caviglie e sciolgono le rigidità dalle anche. Possono essere praticate a tutte le età (con i giusti sostegni) anche durante le mestruazioni o in gravidanza. La padronanza di queste posizioni aumenta la resistenza e prepara lo studente per tutte le altre posture.


Posizioni sedute

Le posture sedute hanno benefici sugli organi riproduttivi e del sistema urinario ed alleviano le irregolarità mestruali. Altri benefici sono quelli di diminuire il dolore e la rigidità delle articolazioni degli arti inferiori. La pratica delle posizioni sedute calma la mente e riduce l'ansia, la tensione e lo stress mentale.



Piegamenti in avanti

I piegamenti in avanti allentano le articolazioni e allungano i muscoli degli arti superiori e inferiori. Rendono la colonna vertebrale elastica. Il flusso sanguigno è aumentato nel bacino, di cui beneficiano l'apparato digestivo, gli organi riproduttivi ed escretori. Praticare queste pose tonifica il fegato, i reni, l'intestino, la milza, ed aiuta la digestione. Favorisce la circolazione alla ghiandola pituitaria, pineale, la tiroide e la paratiroidi è migliorata, e le ghiandole surrenali e del pancreas vengono stimolate. I piegamenti in avanti calmano i nervi, riducono lo stress e tolgono stanchezza mentale e fisica.

Torsioni

Le torsioni aumentano il movimento laterale della colonna vertebrale e forniscono sangue alla regione dei dischi.  Alleviano il dolore al collo e alle spalle, la tensione e la rigidità. Aiutano moltissimo a ridurre il mal di schiena.

Piegamenti indietro

I piegamenti indietro rinvigoriscono la colonna vertebrale, e mantengono il corpo ed elastica. Rafforzano le braccia e le gambe e hanno un effetto calmante sulla testa. La regione pelvica si aperta, i muscoli addominali e pettorali sono allungati e rafforzati, e gli organi riproduttivi sono mantenuti in salute. Il diaframma è aperto e il cuore viene delicatamente massaggiato per contribuire a rafforzarlo. Praticare di piegamenti all'indietro aumenta la vitalità, l'energia e leggerezza.

Posizioni Capovolte

Le inversioni aumentare la circolazione intorno al collo e al torace, facilitando il flusso sano di sangue attraverso il cervello, comprese le ghiandole pineale e pituitaria. Tutti i sistemi organici del corpo, compreso il sistema endocrino e linfatico, beneficiano delle inversioni. Migliorano il sonno, la memoria e la vitalità se praticate regolarmente lo sviluppo del corpo, calmano la mente ed hanno effetto antidepressivo.

India: Holi Festival

23
maggio
2012

Festival del Colore

Holi festival è una delle feste più antiche dell'India, originariamente conosciuta come 'Holika'. Il festival trova una descrizione dettagliata nelle prime opere religiose, come Jaimini di Purvamimamsa-sutra e Kathaka-Grhya-sutra e si dice che risalga a parecchi secoli prima di Cristo.

Tradizionalmente si trattava di un rito speciale effettuato da donne sposate per la felicità e il benessere delle loro famiglie e la luna piena (Raka) era venerata, ma nel corso dei secoli il significato è quello di celebrare l’inizio della primavera e la benedizione degli Dei per il buon raccolto e la fertilità della terra.

Festeggiare un Holi Eco-friendly
Idealmente, la festa gioiosa di Holi è destinata a celebrare l'arrivo della primavera, mentre i colori utilizzati in Holi devono riflettere le varie tonalità di stagione primaverile. Ma, purtroppo, in tempi moderni, come vari altri festival, anche Holi è diventata una festa commerciale e fonte di degrado ambientale per i colori chimici, tossici ed inquinanti che vengono utilizzati, spreco di acqua, combustione di legna da ardere per i falò. Per disinquinare Holi e renderlo in sintonia con la natura, come dovrebbe essere, diversi gruppi sociali e ambientali propongono un ritorno a più modi naturali  per la sua celebrazione.

In passato, durante le celebrazioni venivano utilizzati colori che si ottenevano dai fiori di alberi che sono fioriti in primavera, come ad esempio l'albero del Corallo indiano (Parijat) e la Fiamma della foresta (Kesu), che hanno entrambi fiori di colore rosso vivo. Questi e molti altri fiori fornivano la materia prima da cui si ottenevano sfumature dei colori brillanti tipici della festa. La maggior parte di questi alberi aveva anche proprietà medicinali e colori Holi avevano anche effetti benefici sulla pelle.

Nel corso degli anni, con la scomparsa degli alberi nelle aree urbane e la ricerca di profitti più alti questi colori naturali sono stati sostituiti da coloranti industriali ottenuti attraverso processi chimici.
Intorno al 2001, due gruppi ambientalisti chiamato link Toxics e Vatavaran, con sede a Delhi, hanno fatto uno studio sulle tre categorie di colori disponibili sul mercato - paste asciutte, colori e acquarelli, rilevando che i colori chimici sono pericolosi. In seguito alla pubblicazione di questi studi diversi gruppi ambientalisti stanno cercando di sensibilizzare le persone a ritornare ad un modo più naturale di celebrare Holi. Tra questi, Navdanya, Delhi ha pubblicato un libro intitolato Gulal Abir, che parla della biodiversità che era la fonte dei colori naturali. Development Alternatives, Delhi e Kalpavriksh, Pune hanno sviluppato strumenti didattici per insegnare ai bambini semplici modi per ottenere i propri colori naturali Holi.


Quest'anno la Holi Festival è stata celebrata l'8 marzo, giorno della Festa DeLLE DONNe.


Campane Tibetane

16
maggio
2012

Strumenti rituali usati sin dall'antichità dai monaci

Le prime testimonianze riguardanti le campane tibetane risalgono intorno al 2000 a.c. nelle zone montuose dell'Himalaya. Suonate per mezzo dei tradizionali batacchi di legno, diventano preziosi strumenti per favorire la concentrazione e il rilassamento, guidando la mente verso stati meditativi.

Le campane tibetane favoriscono quindi la consapevolezza, aiutano a creare 'armonia nel processo evolutivo dell'essere umano, e rappresentano un ponte che mette in contatto tra le dinamiche l'uomo terrestre con il cosmo. La loro composizione è formata da una lega di sette metalli che corrispondono ai sette principali pianeti: oro per il Sole, argento per la Luna, mercurio per Mercurio, rame per Venere, ferro per Marte, stagno per Giove, piombo per Saturno. Il sottile suono ricco e le profonde vibrazioni delle campane producono sensazioni di pace che toccano nel profondo. Permettono di risvegliare, equilibrare, sciogliere eccessive tensioni, fisiche ed emotive, producendo un effetto positivo sull'intero organismo.

Adho Mukha Svanasana

15
maggio
2012

Rinfresca il cervello e rigenera rapidamente il praticante

La posizione del cane con la testa in giù è una delle asana più amate dai praticanti yoga, il nome, ripetuto frequentemente nel corso di una lezione, rimane in mente a differenza di molte altre posizioni. Forse perchè è un'asana che permette di alleviare simultaneamente la fatica fisica e mentale è molto apprezzata tra gli allievi.


COME PARTIRE:
da adho mukha virasana stirare le gambe e le braccia bacino verso l'alto. Da utthanasana mani a terra un piede per volta indietro.
LA POSIZIONE:
mani alla larghezza delle spalle, piedi in linea con le mani, aprite il palmo delle manil allargate le dita e premetele a terra in modo uniforme sul pavimento. Espirate ed allungate le braccia, mantenendo i gomiti stirati, allungate la colonna vertebrale verso il bacino. Le gambe sono allungate, la parte posteriore delle ginocchia aperta, sollevate le cosce verso l'alto e spingendole indietro, sollevate il bacino in modo da creare spazio per portare il busto verso le cosce. I polpacci si allungano, talloni indietro e verso il pavimento. Collo e testa rilassate, spalle lontano dalle orecchie. Concavare la schiena mantenendo l'allungamento dei lati del torace.
COME USCIRE DALLA POSIZONE:
una gamba per volta portare i piedi tra le mani, gambe tese, utthanasana, e da li inspirare mani sui fianchi e salire su.

ALCUNE INDICAZIONI DI B.K.S. IYENGAR nella posizione:
"Dopo aver eseguito quest'asana, guardate i palmi delle mani e saprete immediatamente quale dei due ha esercitato maggiore pressione"
"Le persone i cui gomiti non sono in asse, devono utilizzare un supporto per raddrizzarli"
"Le persone con le spalle rigide devono creare uno spazio più profondo nell'articolazione della spalla"
"Più i bordi dei pollici sono potenti, migliore è l'allungo delle spalle: se i pollici sono inerti, le spalle saranno inerti"
"Premete la base dei metatarsi per evitare l'esternsione eccessiva del busto"
"Se i talloni sono ruotati verso l'esterno, il diaframma si distende"
"La colonna vertebrale è compressa se le cosce sono troppo vicine all'addome"
"I talloni devono scendere non devono rimanere eternamente in aria"
"Le caviglie hanno un effetto molla, anche se i talloni non toccano il suolo"
"Allungate innanzitutto la pelle, poi attivate la carne. La carne ha bisogno di spazio per muoversi sotto la pelle"

Guruji: un bellissimo video commentato da Patricia Walden

12
maggio
2012

Boston 2005, convention di B.K.S. Iyengar

Parlare di Guruji Iyengar, che a 94 anni continua a praticare yoga con grande forza e infinita determinazione, rischia di essere a volte sdolcinato. Come ogni "sistema" anche quello creato da Mr. Iyengar ha per certi aspetti limiti e incongruenze, ma di contro, come per ogni cosa la differenza la fanno le singole persone.

Come in ogni campo ci sono persone che vivono il loro rapporto con lo yoga in simbiosi, riversando le loro nevrosi anche in questo ambito. Come in ogni campo ci sono persone serie e motivate ed altre che si fanno trasportare dalle proprie dinamiche interne. Come in ogni campo ci sono persone con un cuore profondo e gentile, umile e rispettoso ed altre che per motivazioni personali, nascisimo e potere ci passano sopra. Detto questo, banale routine dei giorni nostri, non si può che riconosce a Guruji di averci dato la possibilità di conoscere lo yoga qui in occidente e di avercelo trasmesso in modo chiaro, pulito, limpido, preciso, attento, accurato, serio. La tradizione di Patanjali, il tramandare il sapere yogico da allievo a maestro, uno a uno, è cambiato profondamente, insieme all'evoluzione sociale dell'essere umano. Cerchiamo di fare il nostro meglio per un mondo migliore, partendo da noi stessi migliori.


"Iyengar Yoga": un metodo rispettatato in tutto il mondo

09
maggio
2012

Gli alti standard del metodo Iyengar

L'insegnamento di qualunque materia comporta grande responsabilità. Lo yoga è una materia di tipo soggettivo che ha a che fare con la vita umana. Nello yoga non si ha a che fare soltanto con il corpo, ma anche con la mente dell'individuo. L'insegnante deve possedere una corretta comprensione dell'anatomia, della fisiologia e della psicologia di ciascun asana (o per lo meno di ciascun asana che insegna).

Anatomia, fisiologia e psicologia di un asana non possono essere appresi solo dai libri, ma si imparano soprattutto dalla propria pratica; e ciò può accadere solo con una pratica regolare e attraverso la riflessione sugli effetti di ciascuna azione. Essere in grado di comprendere i corpi degli altri significa avere la comprensione del nostro stesso corpo e nello stesso modo per empatizzare con gli altri occorre un lavoro profondo e consapevole di noi stessi. E' necessario che l'insegnante capisca che non tutti gli esseri umani sono uguali, e deve quindi possere la capacità di osservare con grande acutezza per poter applicare un metodo corretto per ciascun allievo.

Insegnare non è una ripetizione meccanica di istruzioni. Ogni lezione deve offrire l'oppurtunità all'allievo di imparare qualcosa di nuovo per questo ogni lezione non può mai essere identica all'altra. E' importante aver chiaro su cosa lavorare, ma atrettanto importante è la capacità di adattabilità. Si può avere programmato una lezione, ma potrebbe non esserci riscontro nella classe; l'etica dell'insegnante guida quindi la lezione in un'altra direzione. 

Gli insegnanti devono sapere che il fatto di essere in grado di eseguire molti asana o di farli bene, non rende necessariamente dei buoni insengnati, ma la capacità di rendere gli altri in grado di eseguire gli asana con facilità e stabilità costituisce il segnale di un buon insegnante. La perizia tecnica non è sufficiente, come dice Guruji Iyengar, "è essenziale la comprensione umana ed emozionale. Il buon insegnante richiede chiarezza della mente e purezza del cuore".

Dice Guruji Iyengar: "L'insegnante deve essere chiaro, intelligente, sicuro di sè, stimolante, gentile, cauto, costruttivo, coraggioso, comprensivo, creativo, assolutamente devoto e dedito all'approfondimento della materia, sollecito, coscienzioso, critico, risoluto, allegro, calmo. Egli deve essere forte e positivo, deciso a creare fiducia nell'allievo, critico viceversa su se stesso, per quanto riguarda la propria pratica ed il proprio atteggiamento. Gli insegnanti devono continuamente imparare".

Kurmasana, la tartaruga.

La vita, come un fiume, ha un flusso perenne.
Per questo c'è bisogno di una diligente attenzione per mantere il flusso sotto controllo.
Guruji B.K.S. Iyengar

Ripulire le nostre azioni (parte V ultima)

03
maggio
2012

Upeksha: rimanere imparziali davanti agli errori e alle imperfezioni degli altri

Praticare questo quarto brahmavihara non significa non esercitare una sana discriminazione nelle nostre relazioni o rimanere in relazioni di coppia malsana; significa non covare rancore, in quanto come dice un proverbio "covare rancore è come bere veleno e poi aspettare che l'altro muoia".

Significa prendere distanza dalle cose che non possiamo cambiare, non significa (come dice Patanjali) amare i nostri nemici, ma sviluppare tolleranza verso gli altri. Non saremo in grado di amare quelle persone, ma forse impareremo a sviluppare tolleranza verso gli altri. Il quarto brahmavihara si basa sulla comprensione del fatto che qualunque cosa rifiutiamo in un altro la rifiutiamo essenzialmente in noi stessi. Ciò che temiamo, disprezziamo e detestiamo in un altro, lo temiamo, disprezziamo e detestiamo in noi stessi. Quando accettiamo che dentro di noi esitano diverse polarità, opposte all'amore, alla compassione e alla tenerezza, accettiamo quei tratti anche negli altri.